Conosco la strada, conosco i luoghi e conosco il paesaggio. Ci sono passato centinaia di volte – in auto, in gravel o a piedi – eppure ogni volta faccio nuove scoperte. Il bello sta proprio qui, mi dico, tutto il senso del bello sta qui. Come quest’altra volta. Il senso sta qui grazie alla natura che ho visto e alla fatica della bicicletta. È per questo che ho pedalato con la beatitudine stampata in viso e la leggerezza a pompare i muscoli delle gambe.
Insieme a mia moglie Luana parto da Tirano in direzione di Sondrio, chilometri quieti sulla ciclovia di fondovalle del Sentiero Valtellina. Poi, all’altezza di Poggiridenti mi dirigo alla via Inferno, per andare verso la mezzacosta della Strada del Vino. Ed è qui che iniziano le mie nuove scoperte.
Lungo la salita dell’Inferno non faccio altro che rimirare i grossi grappoli d’uva, il colore viola scuro, quasi nero, a promettere gusto e bontà. All’inizio dei filari sono impilate alcune cassette bianche e in effetti ci sono operai africani intenti a vendemmiare.
Ma è davvero possibile? mi chiedo. In Valtellina la vendemmia comincia a metà ottobre circa, non a metà settembre. Forse l’uva per il vino Inferno è raccolta prima delle altre? O forse i primi tornanti della salita – per altro poco faticosa – mi hanno procurato una visione? Ho persino cercato notizie in rete al riguardo, senza trovare risposte. Per farlo, dovrò chiedere a un amico che se ne intende, se voglio chiarirmi il dubbio.
Invece dopo pranzo non ho alcun dubbio sulla vendemmia di uva bianca in corso a Tresivio, tra i terrazzamenti sotto la chiesa del Calvario. Qui gli operai la stanno davvero raccogliendo, la vedo da vicino, senza possibilità di errore – quindi anche prima, probabilmente, l’uva era bianca e non rossa.
Più tardi, proseguendo verso Ponte in Valtellina, il dolce profumo del mosto che viene dalle vigne si mischia all’odore – per non dire alla puzza – delle tante piante di kiwi, anch’esse quasi a maturazione. L’odore è l’esatto opposto del sapore della polpa del frutto, come se da qualcosa di cattivo, di respingente, venga sempre qualcosa di buono. Ne è la prova anche De André, che nella canzone Via del Campo canta “dal letame nascono i fiori”.
Dall’uva e dai kiwi, infine, saliscendi dopo saliscendi io e Luana arriviamo prima alle mele e poi al grano saraceno.
Sì, perché a Ponte è un’immensa distesa di mele di diverse varietà, grandezze e colori e, se uno vuole raccoglierne un paio, non ha che da scegliere. Per un attimo ci penso, ma la scena cinematografica e forse poco credibile – quella di un contadino che, fucile alla mano, spara in aria per minacciare chiunque voglia rubare anche un solo frutto del suo lavoro – mi fa desistere.
Oppure è la concentrazione a prendere il sopravvento, con un pizzico di preoccupazione, per la lunga salita verso Teglio, ripagata un’ora più tardi dai piccoli campi di grano saraceno in fiore sparsi qua e là, adiacenti alla strada come più lontani, verso monte. Fiori piccoli e bianchi le cui piante alte circa un metro saranno pronte a ottobre inoltrato, fra qualche settimana. L’effetto del saraceno, oltre alla curiosità di scoprire come dai fiori possano nascere i chicchi, è quello di benessere e di pace, di una voglia matta di tuffarcisi dentro e di sparire tra le sue foglie.
Però non si può, no. Sia mai. Non solo per il contadino minaccioso, se davvero esiste ancora, ma anche perché mi aspetta la discesa per Bianzone, Villa e Tirano. Mi aspettano altri chilometri da lasciare alle spalle per raggiungere l’auto parcheggiata e tornare a Livigno, a casa, alle faccende solite. Ma lo farò fantasticando già sul prossimo viaggio in gravel in Valtellina, di uno o due giorni, a pedalare su strade, luoghi e paesaggi conosciuti per inseguire nuove scoperte, e più di tutto per inseguire ciò che le nuove scoperte sanno regalare a chiunque le cerchi.
(La fotografia che accompagna il post è tratta dal sito Strada del Vino di Valtellina)
