A cinquant’anni mi è caduto l’ultimo dente da latte. Sono dispiaciuto, mi ci ero affezionato. Lui era il baluardo della mia fanciullezza, il ribelle della mia gioventù, il ponte con la vita adulta. Era l’ostinato che non accettava di sentirsi fuori posto.
I dentisti ne erano attratti come ognuno di noi è attratto dalle stranezze, le assistenti alla poltrona ne erano divertite, gli odontotecnici ne annusavano la fine e progettavano un rimpiazzo in ceramica o in resina. Io però l’ho difeso sempre, senza mai esitare. Pensavo: anche oggi è qui con me, bello saldo alla gengiva, vuol dire che non gli è bastato masticarmi bambino, ragazzo e uomo. Vuole di più, vuole masticarmi ancora.
Allora l’ho difeso dalle radiografie, dalle estrazioni più che suggerite, dagli apparecchi in metallo per riesumare quel canino che, proprio a causa sua, è piantato da decenni nel mio palato con mezzo muso fuori e mezzo dentro, la via d’uscita ostruita.
L’ho difeso finché una mattina di primavera ho avvertito qualcosa di piccolo e rettangolare in bocca, come se lui si fosse stancato di immaginare il nascere di altre estati, autunni e inverni, ho avvertito un qualcosa di non troppo duro ma nemmeno di così tenero.
Non ho capito subito cosa fosse, cosa mi fosse successo. La lingua si è insinuata in uno spazio che prima non c’era, le papille gustative hanno rivelato un sapore ferroso, il presentimento dell’ineluttabilità mi ha amareggiato e intristito. Lo specchio ha poi confermato il tutto.
Il tempo di riprendermi, il tempo di rimpiangere già il passato, il tempo di tamponare la gengiva e mi son chiesto: sognerò ancora come un bambino? Avrò ancora il diritto di inventarmi un gioco e di annoiarmi presto di quello stesso gioco? Ci sarà ancora dentro di me un giovinetto che fantastica o sarò condannato a una cupa vecchiaia? Più di ogni cosa, saprò ancora essere tanto ostinato da non sentirmi mai fuori posto, mai sopraffatto da un canino qualsiasi, proprio come un dente da latte caduto a cinquant’anni? Lo saprò fare davvero?
