Ca’ Rossa e dintorni

21 Settembre 2024

I bambini sono con i nonni. Da quando è nato Federico, che oggi ha sette mesi, è la prima volta che io e mia moglie Luana stiamo lontani da casa. L’intento è goderci una notte e due giorni da soli, senza gli impegni quotidiani che ruotano attorno ai figli.
È un mercoledì mattina di metà luglio, caldo e soleggiato, e il viaggio da Livigno verso Montagna in Valtellina scorre calmo e piacevole, come succede ogni volta che si affrontano le cose con leggerezza.
Mentre scendiamo dal passo Forcola, attraversiamo la Val Poschiavo e poi oltrepassiamo Tirano, programmiamo a grandi linee la giornata e la cena, lasciando spazio a possibili sorprese, piccoli cambi di rotta o idee improvvise che nascono quando nulla di preciso è prestabilito.
All’altezza di Chiuro abbandoniamo il traffico costante della Statale dello Stelvio e ci inoltriamo nel silenzio della mezzacosta fino a incrociare la Strada del Vino, superando i tanti vigneti del versante Retico, i meleti di Ponte in Valtellina, altri alberi da frutto e persino alcune piante di ulivo.
Respiro già la pace dei paesi e dei borghi della Media Valtellina, con il suo aroma fatto di vegetazione rigogliosa e storia antica. E nella mente ripercorro i momenti del mio viaggio a piedi di due anni fa, quando sono transitato dalle strade, dalle sterrate e dai sentieri di questi luoghi incantevoli capaci di sorprendere anche chi crede che la Valtellina sia solo pizzoccheri, bresaola, vino e sport invernali, e il lungo fondovalle una noiosa traversata per raggiungere l’Alta Valle.

Il paese di Tresivio visto dai vigneti

In questa parte della provincia di Sondrio, tra i 400 e i 600 metri di quota, i terrazzamenti modellano la montagna per decine e decine di chilometri. Sono la testimonianza di un antichissimo lavoro di viticultura, oggi definita eroica, un lavoro identitario che come pochi altri contribuisce alla bellezza e alla cura del paesaggio.
Sono proprio i terrazzamenti e i muretti a secco a rendere riconoscibile la Valtellina ovunque ma, oltre alla vite, quassù si possono ammirare edifici storico-artistici, civili e religiosi di pregio, fortemente rappresentativi e carichi di valore simbolico.
Come il Castel Grumello, che fin da Tresivio vediamo svettare là in alto, vicinissimo alla nostra meta: siamo diretti a Ca’ Rossa, un suite and breakfast di recente costruzione, giovane, elegante e divertente, immerso tra vigneti di Nebbiolo.
In linea d’aria, Ca’ Rossa sorge proprio a pochi metri dai ruderi del Castel Grumello e quando ci arriviamo siamo accolti con calore sincero da Isaac, l’amico che, insieme alla moglie Claudia, alle figlie Nina e Anna e alla suocera Nella, mi aveva ospitato durante il mio cammino in Valtellina, quando erano in pieno svolgimento i lavori edili per creare le due strutture in pietra che di lì a poco sarebbero diventate la suite Retrò e la suite Pop, perfette per un soggiorno da sogno rigorosamente in coppia.

L’originale reception di Ca’ Rossa

Con Isaac chiacchieriamo alcuni minuti di estate, impegni e scelte di vita (in particolare di quella che mi ha portato a lasciare la libreria per dedicarmi a scrittura e famiglia) e ci accordiamo per rivederci a metà pomeriggio, quando la suite Pop sarà tutta per noi. E, come promesso, prenotiamo senza indugiare la novità di Ca’ Rossa: la tinozza finlandese immersa nella natura, dalla quale ammirare lo scenario selvaggio delle montagne Orobie e, là in basso, quello meno attraente ma comunque suggestivo della città di Sondrio.
Poi io e Luana infiliamo gli zaini in spalla e ci incamminiamo verso il centro di Montagna in Valtellina, guadagnando un centinaio di metri di quota fino a trovare la Via dei Terrazzamenti, il famoso percorso pedonale di settanta chilometri che si snoda a mezzacosta, capace di regalare panorami insospettabili.
Senza faticare troppo e senza patire più di tanto i trenta gradi di calore, oltrepassiamo Poggiridenti e Tresivio, poi perdiamo di vista il cartello giallo segnavia, camminiamo per una ventina di minuti “al buio” fino a ritrovare la via giusta e infine arriviamo a Ponte in Valtellina, dove decidiamo di fermarci prima di fare dietrofront e tornare a Ca’ Rossa.
A Ponte, in una delle aree di sosta del percorso, rifiatiamo all’ombra di un ombrellone tutto sghembo, mangiamo un frutto, riempiamo le borracce a una fontana, riprendiamo a camminare e più tardi, alle sedici passate, siamo di nuovo a Montagna in Valtellina.
Tra andata e ritorno abbiamo percorso quasi diciotto chilometri, incantandoci spesso a cercare di riconoscere gli alberi di albicocche, prugne, cachi, kiwi e pesche e le piantine di lamponi e mirtilli, a sbirciare le infinità di verdure che crescono negli orti privati, ad attraversare i meleti e i vigneti sfidando i rimbrotti dei contadini, ad ammirare da posizioni privilegiate i paesi e le frazioni sotto di noi e, da ultimo, a immaginare di vivere in uno di questi piccoli paradisi dove il traffico è quasi inesistente, le giornate sono farcite di calma e dove le ore sembrano scorrere più lentamente (con più umanità e serenità) rispetto a quanto succede laggiù, a fondovalle, nella vita frenetica di tutti i giorni.

Una viuzza lungo la Via dei Terrazzamenti

Al nostro arrivo Isaac ci offre un ghiacciolo al limone che bramavamo da un’ora, senza riuscire a trovare un bar aperto lungo il cammino, e subito ci accompagna nella suite Pop, magnifica esattamente come ce l’aspettavamo.
Oltre all’ampio spazio della camera, alla comodità di poltroncine e letti, alla grandezza esagerata della doccia, al design ricercato degli arredi mai fine a se stesso e all’indubbia funzionalità degli oggetti presenti, quello che mi colpisce di più è l’atmosfera che si respira appena si mette piede nella suite, capace di rallegrare all’istante anche l’animo più triste, facendolo immediatamente sentire a suo agio e soddisfatto di aver deciso di entrarci.
Poco dopo, ciabatte ai piedi e accappatoio stretto in vita, ci dirigiamo allegri verso un angolo riservato della proprietà circondato da ulivi e – inutile dirlo – da vigneti, dove alcune settimane fa è stata posizionata la tinozza finlandese.
Si tratta di una grande vasca in legno dove io e Luana ci godiamo in santa pace le chiacchiere, i sorrisi reciproci, il relax e la vista sulle montagne, restando a mollo in acqua calda per quasi un’ora e mezza.
Poi, di nuovo in camera, scegliamo la colazione per la mattina seguente e con estrema lentezza (dovuta alla stanchezza della lunga camminata e al rilassamento del bagno nella tinozza) ci prepariamo per andare a cena, che consumiamo al ristorante Ca’ d’Otello di Tresivio, meglio conosciuto come Jom Bar, naturalmente consigliato da Isaac e dove non ero mai stato.
Anche questa è una delle rivelazioni della mezzacosta: una serie di ristoranti, hotel e b&b di qualità eccelsa, facilmente “scovabili” seguendo con occhi attenti la Strada del Vino.

Il “guardiano” della tinozza finlandese

Al rientro, come è ovvio che sia, crolliamo letteralmente nel letto e, a causa della cena abbondante (ottimo l’antipasto di trota iridea della Valmasino), io fatico più del dovuto ad addormentarmi, anche se in realtà non mi ci vuole molto a cadere in un sonno profondo.
La mattina ci svegliamo né presto né tardi, riposati e sereni, e in attesa della colazione usciamo in terrazza nonostante il cielo pieno di nuvole grigie, con qualche goccia di pioggia a bagnare la maglietta, tenti di rispedirci dentro.
Ma non può bastare il cattivo tempo a toglierci il buonumore anche perché, puntuale, alle nove meno un quarto arriva Claudia, la moglie di Isaac, con il cestino della colazione, che non soltanto è ricco e abbondante, ma anche goloso e gioioso.
Resistiamo alla tentazione di rientrare in camera, visto che il tempo non migliora, e facciamo bene: non c’è cosa più bella che iniziare la giornata con un pasto all’aperto, mangiando in silenzio e guardando il panorama attorno con una nuova luce.
Un’ora dopo, però, ci tocca chiudere la valigia e lasciarci alle spalle la suite Pop, in ogni caso felici della brevissima vacanza trascorsa a Montagna e desiderosi di fare al più presto un’altra esperienza come quella vissuta ieri e oggi.
Tuttavia, il soggiorno non è ancora finito, perché manca uno dei must di Ca’ Rossa: il check-out in cantina con Isaac e la figlia Nina, fatto di curiosità sul vino e la Valtellina, sulla casa dove ci troviamo (che due secoli prima probabilmente è stata un manicomio), sulla massiccia opera d’arte accanto alla parete in sasso e, dulcis in fundo, sui cinque doni che ci offre Nina e che ovviamente non svelerò mai.
Perché bisogna meritarsele, certe cose. Bisogna scoprirle da soli e viverle in prima persona. Perché bisogna trovare il tempo di lasciarsi sorprendere.

Panoramica di Ca’ Rossa

(La fotografia di copertina che accompagna il racconto e questa appena sopra vengono dall’archivio di Ca’ Rossa, mentre le altre sono mie)

(POST PUBBLICATO LA PRIMA VOLTA il 22 agosto 2021)