Dopo tanti mesi riprendo a postare i miei vecchi racconti, scritti quasi vent’anni fa e pubblicati in raccolte, riviste cartacee e online che selezionavano le storie migliori di autori esordienti.
Questo che segue – Ugelli spruzzatori – è dell’estate 2005 e nello stesso anno è stato pubblicato sulle pagine web della rivista letteraria FaM (sono andato a controllare: non esiste più).
La storia ha a che fare con il fumo o, meglio, con lo smettere di fumare. L’avevo scritta pochi mesi dopo l’entrata in vigore della legge a tutela della salute dei non fumatori, che per la prima volta nella storia vietava il fumo nei luoghi chiusi.
Io, all’epoca, ero un fumatore giovane, incallito e ottuso (avrei smesso solo un paio d’anni più tardi) e la nuova legge, tra le altre cose, aveva sconvolto le (cattive) abitudini nazionali, facendo sparire la nebbia densa dai locali ed emarginando i fumatori all’esterno di pub, ristoranti, uffici e scuole.
Buona lettura.
UGELLI SPRUZZATORI
Epilogo
Presi la scatola che avevo comprato in farmacia, l’appoggiai sul tavolo e la aprii con cautela. Preparai un cerotto, lo misi accanto al tovagliolo e lo guardai per convincermi che con lui appiccicato al collo non avrei più avuto i problemi di quella mattina.
Il cameriere mi portò il caffè e io chiesi il conto.
“Subito” disse premuroso. “Contanti o carta?”
“Contanti.”
Nel pomeriggio dovevo essere in ufficio: il capo mi voleva licenziare. Non m’importava. Volevo solo godermi il relax del dopo pranzo.
Nel ristorante c’era un via vai continuo di persone: si alzavano dai tavoli lasciando incustodite le borse, uscivano per qualche minuto e rientravano infreddoliti. Fuori c’era un vento gelido. I gradi sotto zero dell’inverno rendevano il tutto un inutile supplizio e facevano dimenticare il motivo delle proprie azioni.
Appiccicai il cerotto al collo, anche se avrei dovuto metterlo in cima al braccio, vicino alla spalla. Fece subito presa sulla pelle (ne diventò parte) e continuai a toccarlo con delicatezza come se volessi sentirne la magia. La sensazione era la stessa delle sigarette, solo che gola e polmoni non si ammalavano. E l’aria non si viziava.
Misi i guanti, in strada infilai la berretta e affondai le braccia nelle tasche del giaccone. Sentii il tessuto ghiacciato dei pantaloni pizzicarmi le cosce e anche se nessuno poteva sentirmi, stavo fischiettando.
La mattina
In bocca avevo la prima sigaretta di giornata. Presi l’accendisigaro che qualcuno mi aveva regalato per il mio matrimonio e feci per accenderla.
“Che fai? Non vorrai fumare con il bambino qui?” Questa era Claudia, mia moglie, e io avevo appena finito di fare colazione.
Mio figlio Filippo aveva quasi un anno e oltre a perdere ancora la bava, dalla bocca emetteva un suono che assomigliava a una risata. Lui non lo sapeva, ma mi stava prendendo in giro. O forse lo sapeva.
“Volevo solo accenderla…” dissi per giustificarmi, “sto uscendo.”
“Allora accendila fuori!”
Rimisi l’accendisigaro sul tavolino del salotto e uscii. Prima diedi un bacio a mio figlio, poi salutai Claudia.
“A me non dai un bacio?” chiese.
Mi avvicinai e la baciai sulla guancia. Non me ne accorsi.
“Buona giornata” disse soddisfatta.
Chiusi la porta di casa e dalla tasca dei pantaloni presi l’accendino. In lontananza vidi arrivare il mio autobus: sbuffai e tolsi la sigaretta di bocca. Le labbra erano asciutte, rinsecchite, così strappai un lembo di pelle e mi scappò una bestemmia. Infilai la sigaretta nel pacchetto e corsi verso la fermata.
L’autobus restò imbottigliato nel traffico e arrivai al lavoro in ritardo. Era già la seconda volta quella settimana, ed eravamo solo a mercoledì. Il mio capo doveva aver deciso di rinunciare alle ramanzine, perché quando mi vide arrivare disse solo il mio cognome con un tono di delusione e intanto scosse la testa. Non ero ancora riuscito a fumare.
“I clienti della Farmacode ti stanno aspettando” disse con un lamento, “ci sono il presidente e il suo vice.” Me n’ero dimenticato. Dovevo spiegare a questi tizi della Farmacode come intendevo vendere le loro azioni sul mercato e a che tipo di target di acquirenti avevo pensato. “Con loro c’è Monica” continuò. “Li sta intrattenendo da mezz’ora. Avrà esaurito gli argomenti.”
Facevo il broker, anche se in quel preciso istante ero solo un fumatore che doveva rinunciare anche alla sigaretta di metà mattina. E per colpa della Farmacode, un’azienda farmaceutica che produceva medicinali contro il cancro.
A mezzogiorno ero a pezzi, deluso come un bambino al quale portano via i giochi. Mi venne da sognare la sala fumatori di un grande centro commerciale (c’ero stato qualche giorno prima), la sua vetrata ingiallita con visuale sul ristorante, un portacenere gigante e una stecca di sigarette. Non era un sogno rassicurante.
Continuai a tamburellare con le dita sulla scrivania, mentre il presidente della Farmacode era impegnato in un monologo sulla storia della sua società. Bloccai le dita e per qualche secondo non respirai più. Mi alzai di scatto. Il presidente si zittì e il suo vice storse il naso sistemandosi sulla sedia.
“Potete scusarmi?” chiesi. “Devo andare in bagno.”
“Senz’altro…” rispose il presidente, “… ai bisogni fisiologici non si comanda!”
Vidi il vicepresidente che abbozzò un sorriso senza volerlo e mi avvicinai al giaccone cercando di nascondere ciò che stavo facendo. Presi il pacchetto di sigarette e lo misi in tasca.
“Le mie pillole…” borbottai per dare una spiegazione, anche se non sembravano interessati.
Uscii dall’ufficio e mi precipitai in bagno, passando davanti alla scrivania di Monica. “Come sta andando?” mi chiese.
Non le risposi. Appena entrato in bagno restai immobile: ovunque cartelli con la scritta Vietato fumare. Fino al giorno prima non c’erano. Alzai lo sguardo e vidi gli erogatori del sistema antincendio. Mi chiesi se fossero in funzione e ricordai che da qualche parte avevo letto che il nome tecnico era ugelli spruzzatori. Mi sedetti sulla tazza del water e infilai in bocca una sigaretta. Presi l’accendino, titubante. Non avevo intenzione di fare una doccia, così tornai nel mio ufficio.
“Già fatto?” chiese il presidente della Farmacode.
Scossi il capo: “Non ancora”.
Presi l’ombrello che tenevo in ufficio per le emergenze e tornai in bagno. Monica mi guardò sorpresa e solo quando chiusi la porta del bagno sentii urlare: “A che ti serve l’ombrello?”.
Finalmente, seduto comodo sulla tazza del water, accesi la sigaretta. La prima boccata fu unica. Chiusi gli occhi e trattenni il fumo nei polmoni per qualche istante, poi lo buttai fuori. La seconda boccata fu più profonda, potevo distinguere il sapore del tabacco. Appoggiai la testa contro la parete, terza boccata, e riaprii gli occhi. La luce dell’ugello spruzzatore lampeggiava. Sentivo un suono leggero e costante, come un fischio, ma preferii pensare al rosso del tabacco che bruciava.
Quando l’ugello iniziò a sputare acqua, aprii l’ombrello. Sopra di me cominciò a scendere un diluvio sottile, quasi delicato. Continuai a fumare e intanto pensavo che la vecchia cornetta della doccia di casa mia spruzzava l’acqua con meno intensità. La mia doccia non sarebbe riuscita a spegnere nemmeno un fiammifero.
Fuori, negli uffici, era scoppiato il panico. Sentii le grida di Monica e quelle confuse dei colleghi, sentii gli ordini urlati dal mio capo e i rumori dei passi che si affrettavano alle scale d’emergenza. Accesi un’altra sigaretta e mi rannicchiai sulla tazza del water. Tutto il mio corpo era protetto dall’ombrello. Mi accorsi che c’era qualcuno fuori del bagno, poi questo qualcuno sfondò la porta e me lo ritrovai davanti: era un pompiere e dietro di lui c’era il mio capo, inzuppato e furibondo.
“Vattene!” urlò, “sparisci dalla mia vista!”
Mi alzai di controvoglia e uscii, l’ombrello ancora aperto e la sigaretta in bocca. Il mio capo mi raggiunse e mi strattonò con forza.
“Torna oggi pomeriggio” ordinò serrando le mascelle.
“D’accordo…” borbottai.
Feci per andarmene, ma lui mi trattenne ancora.
“Forse non hai capito. Io ti licenzio!”
Dentro di me stavo fischiettando. Feci un tiro di sigaretta e la lasciai cadere per terra. Il mio capo la guardò irritato e la schiacciò con tutta la forza che aveva nei piedi, poi se ne tornò dal pompiere. Subito dopo, l’ugello del sistema antincendio smise di sputare acqua. La sigaretta non si era ancora spenta e con la punta della scarpa la spinsi in una pozzanghera lasciata dal diluvio. Quando incontrò l’acqua, la brace fece un rumore come di carta appallottolata e in quel momento realizzai di non avere più un lavoro.
A pranzo
Monica mi stava aspettando davanti all’ascensore: voleva sapere cos’era successo. Aveva delle goccioline che le scendevano dai capelli e la testa era coperta da un asciugamano. Si strinse nel giaccone.
“Ho fumato un paio di sigarette” dissi, “non resistevo più.” Le diedi l’ombrello e mi avviai a un ristorante dove sapevo di non incontrare nessuno dei miei colleghi. Ex colleghi.
“Dove vai?” chiese Monica.
“A mangiare” risposi senza guardarla.
Telefonai a casa per sapere come stava mio figlio. Chiesi a Claudia se per caso Filippo stava ridendo.
“In effetti è tutta mattina che è su di giri” disse. “Non è che sta proprio ridendo, però quasi.”
Mi tornò in mente quel suono che assomigliava a una risata: mi stava prendendo in giro. Risi anch’io e dissi a Claudia che Filippo sapeva già tutto.
“Tutto cosa?” chiese.
“Non importa…”
“Stai bene? Non chiami mai a quest’ora.”
“Ho deciso di smettere di fumare.”
Trovai una farmacia dalle parti del ristorante e mi feci spiegare qual era il metodo più veloce.
“È sicuro di essere deciso?” chiese la farmacista con uno sguardo severo. “Prima di tutto serve la totale convinzione, sennò qualsiasi metodo è inutile.”
“Sì” esclamai con fermezza, “sono sicurissimo.”
La farmacista mi diede una scatola di cerotti e la ringraziai con un sorriso candido che sembrava quello di un ex fumatore. Poi andai al ristorante.
“È solo?” chiese il cameriere.
“Sì.”
Ovunque cartelli con la scritta Vietato fumare. Non vidi ugelli spruzzatori. Il cameriere mi accompagnò al tavolo e, dopo aver mangiato, presi la scatola che avevo comprato in farmacia, la aprii e preparai un cerotto. Era quadrato, come la vita di un ex fumatore. Lo misi accanto al tovagliolo e lo guardai per convincermi che con lui al collo non avrei più avuto i problemi della mattina. Appiccicai il cerotto e, mentre la coppia seduta accanto mi guardava incuriosita, continuai a fischiettare.
