2. Ostaggi della neve finta. Diario (critico) dalle Olimpiadi

19 Gennaio 2026

Caro diario,
non ho mai visto così tanta neve finta sparata in così poco tempo. Davvero. Ho visto sì, nell’ultimo ventennio, il moltiplicarsi di cannoni, il paesaggio scomparire per il pulviscolo che si libera in aria, le strade coperte da un sottile strato bianco che assomiglia a polistirolo, i bacini per la raccolta di acqua nascere in quota. Ma così tanta neve finta non l’ho mai vista. E mi fa impressione, tanta impressione, anche se so perfettamente che le Olimpiadi ci sono, le hanno volute e le strutture di gara vanno preparate al meglio. Non sono uno sprovveduto.

Intanto credo sia giusto chiamarla come va chiamata, questo tipo di neve, ossia finta o artificiale e non programmata o accumulo da snowfarming come invece ripetono le aziende turistiche per addolcirne l’immagine. Poi mi viene da fare una riflessione, sulla pratica di fondare l’inverno sull’artificio. Mi chiedo, pensando al futuro a medio termine: restiamo così, a sfruttare oltremisura un bene pubblico come l’acqua, persuasi che è l’unico modo per tenere in piedi le economie locali? Restiamo così, ostaggi della neve finta e degli impiantisti? E anche se il 90% dell’inverno di molte località delle Alpi è fatto di sci alpino e snowboard, non è il caso di pensare ad attività meno invasive che affianchino questo modello, compresa una gestione meno impattante dell’innevamento? O sono io a vedere sfocato?
Ricordo bene com’erano messi i fiumi a fine dicembre, ricordo bene il continuo andirivieni di camion per spostare la neve prodotta, ma non ricordo più la valle senza cantieri. Immagino lo spreco di elettricità, di risorse naturali e di finanziamenti pubblici, rivedo già i terreni soffocati che allo scioglimento impiegano più degli altri a rinverdire. E non mi basta sapere che la neve finta torna acqua, torna in natura, perché non è così semplice. Non è così indolore.

Però forse siamo solo noi, i soliti guastafeste, a preoccuparci del cambiamento climatico che avanza, delle temperature che si alzano, della tendenza a vedere meno nevicate. A continuare a chiederci se c’era davvero bisogno di tutto questo.
Quindi avanti così, finché dura. Ci penseranno poi i nostri figli e nipoti a riacchiappare ciò che è sfuggito di mano. Ci penseranno loro a fare i conti con ciò che immaginavano i nostri nonni quando, nel secondo dopoguerra, hanno aperto i paesi di montagna al turismo. Oppure lo faranno altri. Ma non noi, per carità.

 

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